Viaggio lungo
dono dimenticato
a casa mia
12 aprile 2025
Dopo l’opra del giorno, quando le membra
si piegano come fronda che il vento ha vinto,
e la notte, troppo breve, già prepara
un risveglio che non è riposo ma nuovo affanno;
quando troppe son le vie e niuna vera,
e la mente, spossata di scegliere,
erra in un deserto di possibili
che tutti menano, eguali, al medesimo nulla;
quando nel buio l’intelletto non dorme
e ritesse i fili di ciò che fu e non torna,
e ogni pensiero è un peso che s’aggiunge
al peso antico delle cose vane;
allora dal profondo sale quella
stanchezza del cuore che ha donato
e taciuto, che ha sostenuto altrui
finché di sé non gli è rimasto quasi nulla;
allora anche la folla lontana grava
come un mare di voci che domandano
e nulla rendono: l’anima si ritrae
nell’eremo stretto delle proprie mura.
E più nuda, più alta, la stanchezza
d’esser uomo: di portare questo nome
sotto stelle che non sanno il nostro nome,
e sapere che il destin nostro è affanno
senza fine, e la natura è matrigna,
e le illusioni, una a una, sono morte.
O care ombre, o volti dileguati
negli anni – amici, amori, padri, figli,
voci che un giorno furono tepore
e poi silenzio –
voi foste la dolcezza e foste il costo.
Ogni addio mi ha sottratto un brano d’energia,
ogni assenza ha scavato un vuoto nuovo.
Non è il lavoro solo, non è la notte corta,
non sono le scelte o il pensiero che veglia:
siete voi, spariti, che avete esaurito
la poca forza che ancora mi restava.
Ora resto, come il pastore errante,
a guardar l’infinito, e a sentirmi
infinitamente stanco di guardarlo.
E la noia, antica e fedele compagna,
mi siede accanto e non parla.
Non serve. Sa già tutto.
Posatemi già nel mio sepolcro,
all’ombra de’ cipressi e dentro l’urna
confortata di pianto: ho bisogno
del sonno e della quiete, ché l’anima
è stanca del tempo in cui fiorivano i sorrisi.
Riunitemi agli affetti diletti
che il tempo ha disperso nel suo corso;
così la pace, ultima consolatrice,
potrà ritrovarmi, e tacerà nel cuore
quello spirto guerrier che ancora rugge.
Forse funziona così.
Ti abitui gradualmente a stare male ogni giorno,
finché un giorno non ti accorgi nemmeno più
di quanto non sei felice,
di quanto sia oppressiva e persistente
l’assenza della felicità.
Piccole luci
nell’oceano nero
per un attimo
le onde si sommano
due coincidono
più intense
non diverse
più intere
energia che lacera
il buio intorno
poi di nuovo
dimezzate
perse
nel vuoto immenso
Poiché non so quando smetterà
ancora bevo al pozzo
come se non avesse fondo.
Nella piena età,
con la casa spezzata,
ogni cosa ha già un numero
così piccolo da sembrare niente.
Quante volte ancora tornerà
quel pomeriggio d’infanzia
che mi abita più di qualsiasi tetto?
Forse quattro.
Forse nemmeno.
Quante lune nasceranno ancora
sopra la casa che non è più mia
mentre cerco un altro luogo in cui restare.
Quante volte prenderò in braccio
la bambina che sta già crescendo
sentendo per un attimo
che anche questo sta finendo
senza rumore.
Quante volte ancora
un corpo nuovo mi attraverserà come un fiume
come se l’acqua potesse perdonare
e l’amore ricominciare senza memoria.
Quante sere berrò ancora
una birra con l’amico che sa il mio vero nome
mentre fuori il lavoro
e gli altri
tutto deve ricominciare.
Tutto sembra senza riva.
Eppure ogni gesto è già contato.
Una stanza più piccola.
Un amore sotto un’altra luce.
Un paese in cui un giorno
il corpo dica ancora: qui.
Il pozzo non è inesauribile.
Lo scopriamo soltanto
mentre continuiamo a bere.
Non so
se le parole
che mi desti
servano
a convincerti
a varcare
l’ora
a soffocare
il grido
che in te
chiede ascolto
e la ragione
copre
resta
il vuoto
Non so
se dirti
non fu amore
renda i giorni
più veri
So
quanto grande
fu
l’amore
che mi desti
questo
so
Non so
se intenderai
quanto hai avuto
t’amerò
sempre
t’aiuterò
nel bisogno
sarai
stella
nel cielo
che cerco
ogni notte
errando
solitario
fino al giorno
in cui
ti rincontrerò
O gentil donna, d’alba incoronata,
che col tuo riso rischiari il mio cammino,
sia questa aurora a te soave e grata
com’al ciel novo che succede al mattino.
Ché del tuo dolce viso la memoria
fa nel mio petto rinascere vigore,
e contro gli affanni della vita transitoria
m’arma di foco, di costanza e core.
Buongiorno a te, mia stella delicata,
che fai men greve ogni mortal fatica:
per tua virtù l’anima mia è destata,
e più non temo sorte aspra o nemica.
In tempo di gravame e di tormento,
quando l’alma mia, già disfatta e rotta,
giacea fra ombre di morte, e senza scotto
piangea l’aspro dolor del suo cimento,
venne colei che porta in viso intento
lo lume onde Natura tutta è dotta,
e con dolcezza in atto e voce accorta
mi trasse fuor del mio mortal spavento.
Ella mi disse: “Alzati, spirto stanco,
ché non se’ fatto per giacer in pianto,
ma per ardere in foco puro e franco.”
E nel suo sguardo, più che ne l’incanto
d’un ciel sereno o d’un ruscello bianco,
sentii rinascere il mio core infranto.
Or vivo, ché per lei fui risanato,
e d’una nova vita son vestuto,
ché d’Amor vero fui rinvigorato:
non più dolore in me ha saldo tributo,
ché il suo abbraccio, più d’un fonte beato,
mi fe’ di novo spirto e cor costruto.